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Serrature
Dizionario Avanzato della Disinformazione

 
Serrature è su Wordpress 01/14/2011
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Con l'ultimo post a questo indirizzo, voglio innanzitutto ringraziare tutti i lettori che hanno utilizzato Weebly per condividere le nostre storie. Nel 2011 (ma già avevamo iniziato alla fine dello scorso anno), Serrature ha ripreso la sua attività spostandosi unicamente sulla piattaforma Wordpress. Continuate a leggerci! Potrete trovare i nostri post e seguire la nostra attività ai seguenti indirizzi:


II blog principale:
http://serrature.wordpress.com

Il blog in inglese:
http://adailyactivist.wordpress.com

su Twitter:
http://twitter.com/adailyactivist

su FriendFeed:
http://friendfeed.cm/dariopiselli

su Youtube:
http://www.youtube.com/serraturestaff

                                                  

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Telespettatori inquinati 03/08/2010
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A volte, prima di stupirsi per certe cose che si leggono o si vedono accadere, bisogna fare un passo indietro e pensare a come si è arrivati a quel punto. Oggi il candidato alla presidenza della Regione Puglia, nonchè governatore uscente, Nichi Vendola, ha criticato aspramente il pidiellino Rocco Palese in merito al piano di raddoppio di una strada statale, la 275 (Maglie-Leuca), approvato nei mesi scorsi dal Cipe. L'uomo del centrodestra, infatti, si era scagliato ripetutamente contro la giunta regionale, rea a suo dire di aver opposto un ricorso alla decisione finale presa dal Comitato, perchè contraria al progetto. In realtà, ed è per questo che Vendola ha smascherato l'avversario (resta da vedere se il solito fumo, tirato negli occhi degli elettori dal Pdl, abbia già attecchito), era stata la Regione stessa, a suo tempo, ad approvare il raddoppio, solo che poi il governo aveva pianificato con il Cipe un progetto completamente diverso, che prevedeva un investimento decisamente più alto e la realizzazione di mega-rotatorie, viadotti, ecomostri, a distruggere il paesaggio, naturalisticamente e turisticamente assai attraente, della zona; ed è per tale ragione che la giunta aveva proceduto a fare ricorso. Morale della favola, Vendola ha pubblicato sulla sua pagina di Facebook il resoconto della vicenda, e subito sono piovuti i commenti intelligenti. Ne riporto alcuni:
"Vendola, le strade "sane" servono a chi lavora ed ha bisogno di sicurezza sulla strada. Certo che per chi ha l'autista e sta h24 seduto sulla poltrona di pelle è difficile da comprendere a pieno. Lo capisco."
"Nicki se vuoi i voti della provincia di foggia metti a posto le strade."
"La provincia si è ricordata di asfaltare la lucera foggia solo prima delle regionali è proprio una presa per il c..."
(peraltro dimenticando che il presidente della Provincia di Foggia è del PdL).

Questa è, diciamo, la scintilla da cui nasce il post di oggi.
Se infatti ormai è piuttosto abusato il tema (ragion per cui non ne voglio parlare) della tattica elettorale italiana (ma non solo) della dissimulazione, della bugia, del proclama, meno ovvio è come, specie in tema ambientale, il cittadino italiano sia un cittadino manipolato. Dall'informazione, dalla politica, dalla pubblicità stessa, veniamo sommersi quotidianamente da spot pro-inquinamento, pro-deregulation ambientale, pro-nucleare; come questo possa contribuire a formare una nuova generazione di individui ecologicamente sostenibili e sinceramente rispettosi della terra in cui si ritrovano a vivere, francamente è un mistero.

Lasciando per un attimo da parte i dati sottostimati e gonfiati delle case automobilistiche (scandalo di per sè gravissimo che non ha avuto la risonanza che meritava, e per il quale vi rimando a questo link  http://bit.ly/9ctzLk -tra l'altro entusiasmante il banner di un SUV che appare durante il caricamento-), pensiamo per esempio alle pubblicità ENEL, che da più di un anno ci subissano con canzoni accattivanti (la Wild World di un Cat Stevens che, se sapesse, forse si metterebbe le mani nei capelli), spot "verdi", vocine suadenti, pale eoliche, filastrocche ecologiste, tenerezze varie. Nel frattempo, credo sappiate tutti, tanto per dirne una, di come l'azienda abbia invece violato negli ultimi due anni il referendum del 1987, stringendo con la Slovenia accordi per la produzione di energia nucleare in centrali situate in territorio estero (il quesito numero 3 recitava: "Volete che venga abrogata la norma che consente all’ENEL di partecipare ad accordi internazionali per la costruzione e la gestione di centrali nucleari all'estero?"). L'elenco di bugiardi, poi, è lungo e potrebbe continuare (ENI, EDISON ecc.).

Ma quello che è veramente interessante sarà leggere (mi è successo per caso) ciò che scriveva il toscano Luciano Bianciardi nel lontano 1964, nel suo libro "Il convitato di vetro", raccolta di pensieri sull' età televisiva in Italia. Bianciardi, famoso ai più per il romanzo semi-autobiografico "La vita agra", proprio in tale opera si esprimeva contro il culto indiscriminato del progresso nel Belpaese, contro la caoticità inquinata di una Milano che rassomigliava più o meno quella di oggi, contro la distruzione del paesaggio naturale. Eppure, in un commento nel "Convitato", dice, parlando a proposito della pubblicità di una compagnia petrolifera: "La benzina e l'olio venivano fuori solamente alla fine, il soggetto era il Ticino, con nessun commento parlato, e perciò soltanto acqua, un'auto, un giovanotto e una ragazza. Ma tale era il ritmo delle immagini, il gioco delle dissolvenze, degli stacchi, il mutare della qualità nella fotografia, dall'illustrativo al grafico allusivo, che lo si stava a vedere di gusto. Siccome quel minuscolo documentario fa parte di una serie, e al Ticino seguiranno altri fiumi italiani, siamo avvisati: c'è un carosello che non dovremmo lasciarci scappare".
A parte che, viene da dire, chissà se tra quei fiumi italiani c'era il Lambro, leggere questo pezzo è, a mio parere, veramente inquietante. Perchè ci dà l'idea di come, per anni e anni, la nostra opinione sia stata comprata con l'alibi della pubblicità e con l'ausilio di pubblicitari scaltri. Accade alla stragrande maggioranza degli italiani oggi, figuratevi cosa poteva capitare ad uno spettatore mediamente più stupito ed impreparato di fronte alla "grande menzogna televisiva", come poteva essere quello degli anni sessanta. Insomma, se un giorno del 1964 si fosse potuto dire ad un ragazzo che di lì a quarantacinque anni i fiumi ne sarebbero stati saturi, di quell'olio e di quella benzina che "venivano fuori" al carosello, probabilmente si sarebbe passati per trogloditi. Sembra strano, eppure è così che è cresciuta e cresce l'Italia.   

D.Piselli
  

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Il tabù ambientale 03/05/2010
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Tra caos liste, indagini giudiziarie e processi in corso, forse ci stiamo dimenticando che il ruolo di un governo, e quindi di un parlamento, sia rispettivamente quello di eseguire le prescrizioni di legge e di esercitare il proprio ruolo di produttore di norme giuridiche. Lasciando perdere il problema dell'utilizzo sempre più preponderante che i nostri esecutivi fanno dei decreti, arrogandosi di fatto il potere legislativo, quello che mi  preme di sottolineare con il post di oggi è un'altra questione. Se di per sè, infatti, è una pratica disdicevole ingolfare la gestione della cosa pubblica con la famigerata "legislazione a getto continuo", è altrettanto grave a mio avviso abbandonare lo stato a sè stesso, non solo tralasciando il compito fondamentale di ogni maggioranza che esca dalle elezioni, ma tradendo di fatto il proprio mandato elettorale. E' un po' quello che sta accadendo a questo governo, il quale, semplicemente, scusatemi il gioco di parole, non "governa" l'Italia. Basti pensare, ad esempio, alla totale indifferenza legislativa di fronte alla crisi economica (la quale, però, non tratterò in questa sede, se non sfiorandola più avanti) che è probabilmente un unicuum nelle politiche mondiali dell'ultimo biennio. Ma, economia a parte, molte sono le altre questioni e problematiche che non hanno nè risposta nè, soprattutto, uno straccio di attenzione. Oggi, infatti, parleremo di ambiente.

E' importante pensare che le tematiche della tutela ambientale e dello sviluppo sostenibile non hanno solo a che fare, almeno per noi italiani, con l'annosa questione delle emissioni (vedi il caso cronico di Milano), quanto piuttosto con una serie di altri importanti aspetti che intaccano la salvaguardia del patrimonio turistico/culturale/paesaggistico del nostro paese. Eppure, questi argomenti sono stati, come al solito, prima snobbati durante la campagna elettorale (ricordiamoci che in Francia, alle ultime europee, il Partito dei Verdi ha conquistato il 16% delle preferenze), e poi accantonati dall'azione del governo (cosa che, per la verità, accade ormai da anni), pur essendo l'Italia uno degli Stati che è più in contraddizione con gli impegni che ha sottoscritto con il protocollo di Kyoto del 1997 (aumento delle emissioni del 7% circa). Non è un eufemismo affermare che il Belpaese è probabilmente uno dei pochi stati al mondo che non possiede uno straccio di politica ambientale.

Chiunque può verificare questa incontrovertibile evidenza, a partire da qualsiasi superficiale esame delle discussioni in materia effettuate dalle due camere durante l'arco dell'ultima legislatura. Parlando in generale di argomento  "ambiente", il quale peraltro comprende anche una serie di tematiche che non hanno nulla a che fare con la questione, sono stati presentati 109 disegni di legge in due anni, di cui solo 4 sono stati approvati definitivamente (una ratifica dell'accordo internazionale sui legni tropicali e conversioni di alcuni decreti contenenti disposizioni relative ad una sterminata mole di materie non attinenti). Tra gli altri disegni approvati, spiccano inoltre l'istituzione del premio "salvatori dell'arte", la conversione di un decreto recante misure straordinarie che, lungi dal proteggere l'ambiente, di fatto inbiscono la possibilità di azioni pesanti contro i grandi inquinatori, nonchè la famosa conversione del decreto salva-infrazioni che contiene le disposizioni sulla privatizzazione delle risorse idriche. 

Basterebbe quanto ho appena elencato per descrivere il totale abbandono nel quale stiamo lasciando finire il nostro ambiente, un ambiente che potrebbe essere fonte di introiti potenzialmente infiniti se adottassimo l'approccio della Costa Rica al turismo sostenibile. Ma non voglio che basti. Pensiamo ad esempio all'educazione ambientale, un tema che sarebbe fondamentale per formare una classe di individui e di giovani che guardassero al problema con occhi consapevoli e che si adoperassero in maniera intelligente contro la crisi energetica e a favore del rispetto degli ecosistemi e del clima. Eppure non c'è neanche un disegno di legge che rechi disposizioni in tal senso, solo la miseria di 2 interrogazioni e 2 ordini del giorno. Siamo quasi al livello degli U.S.A., dove alcuni stati hanno suggerito di insegnare il "negazionismo" climatico ai bambini. E poi potremmo dire dell'effetto serra, sul quale sono state fatte solo 4 interrogazioni e poco altro (laddove in Gran Bretagna, ad esempio, si è varata una legge sulla riduzione dell'80% delle emissioni entro il 2050); del protocollo di Kyoto (2 mozioni del PdL e della Lega che facevano bello Berlusconi in vista degli impegni di Copenhagen); del risparmio energetico (4 disegni di legge, di cui 2 assegnati alle commissioni e due approvati -in materia di incentivi all'industria dell'auto, sotto la maschera di incentivi per l'acquisto di auto ecologiche-); dell'abusivismo edilizio (5 disegni sparsi, ancora neppure esaminati in commissione).

Potremmo dire di tutto ciò, in effetti. Voglio però chiudere questo triste ritratto con un accenno allo sviluppo sostenibile. In tempi di crisi economica, come quelli che stiamo vivendo, tutti i più grandi economisti del pianeta, nonchè la stragrande maggioranza degli esperti del settore, hanno predetto che l'unica via convincente per uscire a lungo termine dalla recessione, volenti e nolenti, consisterà nel ricorso alla green economy, al lavoro del futuro, all'impiego nel campo delle energie rinnovabili. In Italia pare che tale sapere, tale futuribile conoscenza, non sia mai arrivata. E così ci ritroviamo 7 (sette!) disegni di legge che ancora non sono stati neppure esaminati in commissione, disegni che vanno dal vehicle sharing alla riqualificazione energetica, ai contributi da destinare alla Federazione Internazionale per lo Sviluppo Sostenibile; tra essi, l'unica proposta veramente ambiziosa è di una deputata del PD, Francesca Rubinato, in materia di riqualificazione energetica e sostenibilità ambientale dell'edilizia, ma anche quella è stata purtroppo messa in stand-by. Allora chiudete gli occhi e pensate all'Italia del futuro: centrali nucleari, Tav, perdite di petrolio nei fiumi, edifici colabrodo, cementificazione ancora selvaggia, trasporto su gomma alla saturazione. Una boccata d'aria pulita. Il governo del fare.

D.Piselli

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Siamo tutti americani 03/04/2010
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Serrature si è già occupato molte volte di quello che succede al di là dell'Atlantico, un po' per ovvia curiosità verso le news che giungono dal paese di Obama e un po' per convinzione che tutto il mondo, alla fine, sia paese. In effetti vi abbiamo spesso raccontato del sistema politico a stelle e strisce, invischiato nei giochi di potere delle lobbies e minacciato dalla demagogia destrorsa del Partito Repubblicano, un elefante alla deriva che, vuoi per mancanza di figure di spicco degne del ruolo, vuoi per confusione totale di progetti ed ideologie, fa leva sul populismo più bieco e su quelle paure da caccia alle streghe, che in America vanno sempre tanto di moda, per scatenare i ceti medi contro il governo. Se a questo aggiungiamo le difficoltà del Partito Democratico, creatura a due velocità che da una parte spinge verso le riforme e dall'altra è tenuta in ostaggio dai moderati / finanziati / corrotti di turno, ci sembra proprio di essere in Italia. Noi, è chiaro, siamo ancora dei principianti, ma ci stiamo pian pianino attrezzando; se negli U.S.A. la corruzione è legalizzata, nel Belpaese per adesso ci limitiamo a sminuirla, negarla, depenalizzarla, o magari talvolta santificarla al Tg1. Il passo, capite bene, è breve.

Il peso delle lobbies, che da noi si risolve più semplicemente nel peso dei delinquenti e delle mafie, controlla gli Stati Uniti e la politica come una piovra. Banche, industrie farmaceutiche, produttori di armi. Tutte facce diverse di una stessa medaglia, quella degli affari sulla pelle dei cittadini, che vogliamo orgogliosamente importare nello stivale. In Italia, si sa, in mancanza di dibattiti su questione ambientale & company, ci accontentiamo di consegnare le chiavi della corruzione agli imprenditori edili, vero e proprio cancro autoctono, che fiorisce rigoglioso dal sottobosco dell'abusivismo e della mafia, dei danni agli ecosistemi e dei morti sul lavoro. La grande innovazione italiana al metodo lobby, come abbiamo potuto verificare con il caso Bertolaso/Balducci/Anemone/G8, sta però nel più stretto rapporto tra corrotti e corruttori: in altre parole, la maggior parte delle figure del malaffare nostrano non ha bisogno di finanziare dall'esterno i politici, semplicemente perchè questi signori sono stati, sono o saranno loro stessi politici. Basti pensare ad Antonio Angelucci, il re della sanità laziale che con la licenza media (!) è a capo di un impero e siede tra gli scranni (per la verità ci siede poco, basti vedere il tasso di assenteismo) della camera, per non parlare di figure di più alto rango quali la Ministra dell'Inquinamento Stefania Prestigiacomo o sua maestà il Presidente del Consiglio. Se si inizia a ragionare in questi termini, è chiaro che tutta la fatica dei lobbysti si dimezza. Negli Stati Uniti impallidirebbero per un metodo così efficace. Dopotutto, di simile abbiamo molto: da una destra che evoca la paura statalista (qua l'uomo nero è il comunista Bersani, là il socialista Obama -sai che estremisti, viene da dire-) ad una sinistra presa per le palle da certi teodem ridicoli (almeno, qui da noi, piano piano la Binetti e gli altri stanno tornando all'ovile casiniano, mentre i Democratici americani sono costretti a tenersele, le mele marce); dal razzismo dilagante (il Belpaese teme l'Islam e i rom, i colleghi a stelle e strisce hanno il Tea Party -vedi Lega- che non tollera un presidente afroamericano) alle galline da pollaio (qua Carfagna, là Palin). Basterà esportare verso la terra di Jefferson anche i disegni di legge sulle intercettazioni e sul processo breve, e ci sentiremo tutti un po' più americani.

D.Piselli

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Serrature III - Salvation 03/02/2010
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Un secondo bentornato a tutti i lettori di Serrature. Non posso negarvi, in qualità di responsabile di questo blog, che mi è dispiaciuto starvi lontano per circa due mesi; non vi sarà sfuggito che l'ultimo periodo è stato quantomeno travagliato, per problematiche legate principalmente all'organizzazione del lavoro, ma adesso siamo di nuovo qui. Per la terza volta. I ritmi frenetici del nuovo millennio ci hanno provato, ma non sono riusciti a fermarci. Si profila davanti a noi un 2010 che definire "pieno di sorprese" sarebbe riduttivo, ragion per cui non vedrei l'utilità di continuare a tener chiusa questa finestra di informazione; e, francamente, mi sentirei anche un po' colpevole se lo facessi. Si avvicinano le regionali del 28-29 Marzo, banco notevole di prova del nuovo sistema-Berlusconi, ovvero della nuova politica senza freni nè pudori di questo governo, ma anche, forse, occasione che l'opposizione dovrebbe sfruttare per cercare di costruire un'alternativa credibile agli occhi di un paese molto ignorante e molto assuefatto. L'era Obama entra nel suo secondo anno, con risvolti tra il preoccupante ed il pericoloso, il tutto condito da una politica estera che si preannuncia, come sempre, la grande incompiuta dei governi a stelle e strisce. Anche in Italia, intanto, ci stiamo abituando all'idea di dover contrastare la crisi ambientale. Pian pianino, con parecchie cautele e tanti distinguo, si cerca di tirare la questione in ballo. Peccato che chi lo faccia cerchi soprattutto voti (vedi Chiamparino-Moratti sulla Domenica di stop che si è consumata tra free-pass e sfilate di moda) e non abbia nè la minima idea, nè intenzione, per mettersi seriamente al lavoro. Certo è che la situazione del fiume Lambro desta preoccupazione, e che l'abusivismo edilizio rimane la piaga principale del territorio italiano, come largamente dimostrato dal terremoto in Abruzzo e dalle frane nel Sud Italia. Quei poveri morti cileni, con il cui ricordo vorrei chiudere questo post di nuova-nascita (passatemi il termine), sarebbero come minimo quadruplicati se un sisma della stessa portata (magnitudo 8.8) si fosse scatenato in una qualsiasi delle ragioni italiane. Ah, tra l'altro, se quella regione fosse stata la Sicilia, il ponte di Messina sarebbe crollato. Non lo dico io, è una questione strutturale. Avanti così. Bentornati.

D.Piselli

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Is your species crazy? 12/16/2009
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Is your species crazy? E' pazza la vostra specie? Se lo chiede un gruppo di studenti giapponesi che marcia a Copenhagen, con travestimenti alieni e cartelli recitanti, tra le altre cose, "Portateci dal vostro leader". Non saprei cosa rispondere, se mi trovassi davanti qualche marziano del genere, ve lo confesso.

Prima di tutto, un breve chiarimento. Serrature ha scelto di non occuparsi, se non con il blog brevis del 14, della vicenda Berlusconi. Il motivo è molto semplice: come volevasi dimostrare, abbiamo assistito ad una vergognosa campagna mediatica di santificazione del politico, quando l'unica solidarietà che andava espressa era alla persona, anzi per meglio dire all'essere umano. Un gesto simile non può essere utilizzato e strumentalizzato per legittimare inciuci e fare del terrorismo, quello sì mediatico, nei confronti di personaggi di moralità integerrima quale Marco Travaglio, tanto più giustificando un vagheggiato filtro internet à-la cinese. Porta a Porta, ieri e Lunedì, è stato in questo senso esemplificativo del clima di tetè-a-tetè che si respira tra Pd e PdL, specie riguardandosi la performance meschina del pizzinomane Nicola Latorre, il quale farebbe meglio a iscriversi al partito di Berlusconi invece di continuare la sua opera di decomposizione nel Partito Democratico. Per questa ragione, abbiamo ritenuto inutile l'amplificazione ulteriore della vicenda, una vicenda che si risolve sempre più in una grande operazione di marketing a favore del Presidente del Consiglio; peraltro, vedremo se basterà ad affrontare un 2010 che definirie tumultuoso sembra eufemistico, ma tant'è.

Non essendoci più, all'interno della politica italiana, notizie degne di questo nome da commentare, preferiamo rivolgerci all'attualità estera. La quale si risolve in due tronconi principali di analisi: da una parte i problemi interni di Obama negli Stati Uniti, vedi disoccupazione alle stelle, vedi Wall Street che continua a farsi gli affari suoi, vedi la riforma sanitaria che il senatore Lieberman continua a tenere per le palle (lo farebbero in tanti con i soldi che prende lui dalle lobby) attirandosi probabilmente le maledizioni di tutti quelli che lo hanno eletto al suo quinto mandato.
Dall'altra, il vertice di Copenhagen, che si concluderà dopodomani, ormai con una tabella di marcia impossibile da sostenere e con un epilogo praticamente già scritto. Mentre vanno avanti le proteste e gli arresti, vestigia fin troppo riconoscibili che ci rimandano al negoziato WTO di Seattle di 10 anni fa, succede che Connie Hedegaard, presidente del summit, si dimetta (vuoi per procedura, vuoi per polemiche) lasciando spazio al premier danese Rasmussen. Succede che gli U.S.A. continuino a proporre la fine del protocollo di Kyoto in favore di un nuovo accordo privo di cifre, vincolante al buon cuore delle singole nazioni, invece di abbracciare se non la misura (risibile) almeno la struttura di quel documento. Succede che si propongano tagli alle emissioni del 8-12%, ben lontani da un 40% entro il 2020 che si ritiene necessario per cercare di riportarsi non in salvo, ma almeno con un piede fuori dal baratro; o che, nello stesso tempo, si parli di contenere l'aumento della temperatura del pianeta entro 2 gradi o la concentrazione di co2 nell'atmosfera entro le 450 parti per milione. Insomma, si parla di aumenti limitati invece che di decise riduzioni: un suicidio, in altre parole. I grandi movimenti di massa, come ricorda Johann Hari sull'Huffington Post, sono l'unica voce che può far cambiare questa situazione. I cittadini di tutto il mondo si stanno unendo al dissenso che cresce anche internamente al vertice, con molti delegati che se ne andranno in segno di protesta. Ma se davvero possiamo aspettarci un'iniziativa morale dei paesi ricchi solo grazie alla pressione dell'esasperazione popolare, è dura essere ottimisti. Per quanti possano essere, coloro che si muovono contro l'ingiustizia, ancora non sono la maggioranza. Mi viene in mente quel passo del film di Al Gore, "Una scomoda verità", in cui si dice che una rana in una pentola di acqua bollente non ne salterà fuori, se si aumenta la temperatura del contenitore in maniera graduale. Il problema è che, per quando quel livello di sopportazione sarà raggiunto, ormai la crisi climatica sarà già finita. Per il peggio.

D.Piselli

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Il profitto, soprattutto 12/13/2009
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Affermava ieri Anders Turesson, il capo della delegazione svedese a Copenhagen, in merito al summit dell'Onu: "C'è una disputa procedurale che ci sta facendo perdere tempo prezioso; potrebbe essere utilizzato, quel tempo, per definire le specifiche in merito alla riduzione delle emissioni ed ai finanziamenti internazionali. E' desolante".
In effetti è davvero molto desolante notare come, dopo una settimana dall'inizio del vertice COP15 (che sta per quindicesima conferenza delle delegazioni), ancora i negoziatori non siano entrati all'interno delle singole problematiche, limitandosi ad annunci sensazionalistici che le testate di tutto il mondo hanno ripreso qua e là, dando al cittadino medio l'idea di una grande, inutile confusione.
Ma cos'è questa disputa procedurale che sta bloccando le trattative? Sarebbe una buona idea provare a fare un po' di chiarezza su ciò che accade a Copenhagen, cosa che nessuno fa ma che servirebbe come il pane, specie nei confronti di un'opinione pubblica che ascolta tanta demagogia e tanto fuoco incrociato senza rendersi conto dell'effettiva portata del problema e sulle possibili soluzioni da intraprendere. L'unico articolo che in tal senso sia interessante, è stato pubblicato ieri su www.huffingtonpost.com da David Corn.

Tutto deriva dall'esistenza di un doppio binario di accordi e meeting congiunti, nato alcuni anni fa secondo una formula di vite parallele, il cui unico risultato è l'inutile ingolfamento delle negoziazioni. Questo doppio binario va fatto risalire alla stipulazione del protocollo di Kyoto (1997), ratificato inizialmente da 37 nazioni industrializzate e adottato in seguito da altri 184 paesi. Quel protocollo, come tutti sanno, prevedeva tagli del 5% delle emissioni di Co2 (sui livelli del 1990) entro il 2012 e non includeva le nazioni in via di sviluppo, che fino a quel momento non erano state responsabili in alcun modo del problema dell'effetto serra. Per quanto i target stabiliti fossero irrisori (ancora la coscienza del problema appariva limitata e la strada verso il baratro assai lunga), alcuni tra i principali inquinatori, quali appunto gli Stati Uniti e l'Australia, non ratificarono il trattato. Però Kyoto era solo il traguardo di un lungo percorso iniziato con la Conferenza di Rio de Janeiro del 1992, la quale aveva creato, con il consenso di oltre 150 nazioni (c'era anche Bush padre) la United Nations Framework Convention on Climate Change, organo adibito a cercare una strategia comune contro i cambiamenti climatici.
Quindi cosa è accaduto? I firmatari di Kyoto hanno continuato a radunarsi, sotto il nome di MOP (meeting delle delegazioni), con l'obiettivo dichiarato di implementare il trattato originale, che era vincolante. Nel frattempo, le riunioni del COP suddetto sono andate avanti parallelamente alle prime, includendo anche i paesi che non lo avevano ratificato, fino al culmine rappresentato dalla Conferenza di Bali del 2007 nella quale si era prospettato un nuovo accordo, anch'esso vincolante, entro il 2009. Più problematicamente ancora, dal 2005 i due summit si svolgono in contemporanea, nelle stesse sedi e pertanto perfino a Copenhagen.

Si capisce perfettamente come questa confusione rappresenti la via ideale per cercare di svicolare dagli impegni proposti in una delle due sedi. Così stanno facendo la Cina, l'India e il Brasile, i quali spingono nel senso di un rinnovamento di Kyoto che, per loro, non sarebbe vincolante. Al contrario, i paesi industrializzati preferiscono la nascita di un nuovo trattato che imponga divieti tassativi anche a questi paesi, specie in riconoscimento del fatto che essi saranno, in futuro, responsabili per il 97% dell'aumento della concentrazione di gas serra nell'atmosfera. Il momento più emozionale, in questo senso, ci è parso l'appello disperato della delegazione delle isole Tuvalu, a rischio estinzione: in lacrime, il capo negoziatore del minuscolo stato ha proposto la ratifica di un nuovo trattato vincolante senza però cancellare Kyoto (ed i suoi eventuali ampliamenti). L'effetto sarebbe potenzialmente notevole, dal momento che ogni nazione si ritroverebbe vincolata a severi standard. Se i paesi più poveri hanno subito aderito all'idea, consci del fatto che oltre ad essere appunto poveri sono anche quelli più a rischio dal punto di vista dei cambiamenti climatici, Cina, India e compagnia bella hanno pronunciato il loro secco no. E' la situazione alla quale mi riferivo ieri (Delegare il pianeta ndr), ovvero la persistenza di questa ridicola schermaglia sull'opportunità di tagliare le emissioni quando è tanto facile produrre, produrre, produrre utilizzando il carbone e gli altri combustibili fossili. Una logica ipocrita che guarda al profitto immediato (short-term solutions, come quelle che descrive Al Gore sul Financial Times di qualche giorno fa http://www.ft.com/cms/s/0/1b1067b2-dacd-11de-933d-00144feabdc0.html?nclick_check=1), secondo vere e proprie logiche di capitalismo sfrenato (chi crede più alla favola cinese?), e non considera quell'abisso che si aprirà non appena una mattina qualche tecnico si sveglierà e ci dirà: "Il petrolio sta finendo".

Le parole più significative, in tal senso, le hanno pronunciate i negoziatori africani, per i quali i dinieghi cinesi sono prova di una domanda che deve essere posta adesso, con forza: davvero i paesi in via di sviluppo appartengono alla stessa categoria di quelli poveri? E davvero ne condividono gli interessi?

D.Piselli

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Minzolini, cantore dell'Italia moderna 12/11/2009
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Ci abbiamo riso su, l'abbiamo tirato in mezzo, è stato oggetto dei nostri caustici, però quando è ora di dire basta bisogna saperlo fare. Minzolini ha toccato il fondo. Dopo la fine, ormai risalente, del suo impegno come giornalista, pensavamo che il direttore del Tg1 si sarebbe limitato ad orchestrare il carrozzone alla meglio, come fanno tanti onesti mestieranti berlusconiani sparsi per le reti e per le redazioni di tutta Italia: qualche notizia qua, qualche omissione là, il solito lavoro di redacting, pulitura, mondatura, e via veloci come il vento. Il caso ha voluto invece che il povero Minzolini si ritrovasse al centro di questo processo di implosione, di involuzione violenta, dello stato italiano, e che ne diventasse una delle figure più emblematiche, più squallidamente indifferenti, come un muezzin che richiama alla preghiera quotidiana il suo gregge indottrinato, come quei boia nazisti che si giustificarono ai processi di Norimberga affermando di aver solo seguito degli ordini. Ecco, lui è una figurina triste di questi anni che ci ricorderemo sicuramente, tra i tanti pedoni, sicari, soldati di fanteria al servizio del potere di Berlusconi.

Il suo editoriale di stasera è stato davvero il trionfo dell'impensabile, la goccia che ha fatto traboccare il vaso, lo sputo in faccia finale ai magistrati, a Napolitano, a quello straccio lurido di legalità che gente come Falcone e Borsellino ha cercato in tutti i modi di preservare in questo schifo di paese, e chissenefrega se nel frattempo ne è morto, tanto Minzolini più vivo di così non è mai stato. Sentire frasi come "Andreotti ci ha messo più di dieci anni per liberarsi della leggenda del bacio a Riina, ed è stato danneggiato non solo l'interessato ma anche il Paese" è la più deludente deriva che si potesse immaginare, perchè legittima la mafia, la corruzione, tutto il malaffare e la merda che dal dopoguerra ci piove addosso; anzi, la eleva a status quo della politica, a essenza inscindibile della democrazia italiana, a simbolo glorioso del perseguimento del male, dell'interesse personale, dell'immoralità, dell'ipocrisia, della delinquenza morale e reale. E' così da noi, le mode vanno e vengono, e così Licio Gelli torna in tv, Craxi viene beatificato a destra e a manca, e persino Andreotti, che andrebbe additato come l'esempio di ciò che un presidente non deve mai diventare, siede tranquillo al Senato e fa le pubblicità per una compagnia di telefonia mobile. Minzolini parla, ma si vede che è un morto a parlare, uno che recita una parte, che segue un gobbo, che non crede nemmeno alle parole che dice. E lo apostrofa correttamente il segretario Usigrai Carlo Verna, definendolo "un corpo estraneo al servizio pubblico", perchè quelli del PdL possono dire quanto vogliono che in Rai ci sono sovversivi alla Santoro, però c'è la piccola differenza che Santoro direttore del primo Tg nazionale non lo è; se voglio vedere Annozero posso farlo da spettatore, ma il mio diritto di ascoltare le notizie del giorno non è inerente alla sfera dell'utenza, bensì a quella della cittadinanza, dell'informazione, alla sfera della persona intesa come in carne ed ossa, e non come consumatore virtuale.
Il problema, alla fine, è proprio questo. Siamo diventati consumatori virtuali, fruitori passivi della realtà quotidiana. Invece che vivere, sentire, toccare con mano la situazione dell'Italia, preferiamo farci raccontare come viviamo, come dovremmo vivere, quello che dovrebbe soddisfarci in quanto utenti del mondo, e non mai cittadini. Un dato dell'OCSE, che parla di tutto meno che di economia reale, ci fa gridare al miracolo e al complotto antiberlusconiano, mentre se al mercato non possiamo più permetterci la metà di quello che compravamo prima, è colpa dell'Euro.

Nello stesso tempo, i politici paiono spaesati, come in attesa di qualcuno che li sollevi finalmente dal loro incarico, dal momento che alla fine anche fare schifo viene a noia. Siedono in parlamento come Estragon e Vladimir, aspettano un Godot che per ora non arriva. Ma che tanto prima o poi arriverà.

D.Piselli

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I Nobel della realretorique 12/10/2009
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Voglio essere breve nel mio primo intervento "lungo" dalla ripresa di Serrature. Voglio essere breve perchè, in una giornata così ricca di avvenimenti (sicchè trattarli tutti sarebbe decisamente dispersivo), mi preme solamente di esprimere la disillusione che credo si stia facendo largo sempre di più di fronte al fallimento innegabile del sogno di una nuova America. Come penso sappiate tutti, oggi Obama ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace 2009, ed ha pronunciato il suo discorso di accettazione ad Oslo (il testo, in inglese, lo trovate qui http://download.repubblica.it/pdf/obama-nobel.pdf). E' stato molto triste leggere queste parole, un po' come svegliarsi da una sbronza colossale e tornare sulla terra, un po' come accorgersi che il mondo nuovo è ancora il mondo vecchio che agonizza. Da una parte, non fraintendetemi, può consolare il fatto che Obama sia sicuramente il male minore, tra i tanti presidenti che gli americani avrebbero potuto votare, quello che farà certamente meno male al suo paese, e presumo anche agli altri. D'altro canto, le sue parole sono state impressionanti, non tanto di per sè stesse, ma proprio perchè uscite dalla bocca di un politico che fino a pochi anni fa rifiutava di applaudire un capo di governo straniero che esaltava la guerra in Iraq (Berlusconi), un politico che criticava aspramente i suoi predecessori ed i suoi colleghi tutti, un politico che insomma parlava di dialogo e di fratellanza come fonte di pace tra le nazioni. Mi dispiace, in tal senso, di difendere le parole di un dittatore quale Fidel Castro, ma ciò che l'ex presidente cubano ha espresso riguardo ad Obama è drammaticamente vero, e cioè che le espressioni usate recentemente dal Comandante in Capo delle forze armate a stelle e strisce sembrano prese di peso dal reportorio di George W. Bush. Proviamo a leggere criticamente qualche estratto del discorso di oggi: il premier americano ha affermato che "il male esiste"; che gli sforzi dei soldati statunitensi hanno assicurato pace e prosperità alla Germania ed alla Corea (alla Germania in realtà dopo 40 anni di guerra fredda, alle Coree non credo), così come ai Balcani (non me la sentirei di chiamare democrazia e stabilità quello che c'è adesso da quelle parti); e che, infine, il mondo intero supporta ancora lo sforzo in Afghanistan (quale mondo? I governi, forse!), paese nel quale la Nato ed i suoi alleati si stanno distinguendo per coraggio e lealtà (e la strage di civili da parte dei soldati tedeschi?). La cosa è veramente molto triste, perchè quella realpolitik lodata da tutti i commentatori a proposito delle parole di Obama mi pare per la verità poco real e molto retorica. I luoghi comuni sui valori americani e sulla democrazia esportabile, sull'interventismo in favore della pace e sulla guerra brutta che fa bene, l'ex avvocato di Chicago se li poteva francamente risparmiare. Non serviranno certo ad assolverlo davanti al tribunale della storia. Men che meno, l'aiuteranno in una rielezione che già adesso appare dubbia, a tre anni dalla scadenza del mandato. Piuttosto, potranno essere utili, riletti a distanza di qualche tempo, per ricordare a sè stesso che su quel palco sarebbe stato meglio non salirci. Potranno essere confrontati con le frasi di Martin Luther King, con quelle di Gandhi, con quelle di Wangari Maathai, e ancora di Tenzin Gyatso, di Rigoberta Menchu, di Desmond Tutu, di Nelson Mandela, per rendersi conto di quanto questa realpolitik sia invero poca cosa da offrire alle speranze di una pace e di una vittoria dei diritti umani che tardano ad arrivare. Potranno infine essere riletti, in un futuro più o meno prossimo, come la dimostrazione più grande del fallimento di Obama. Non è infatti con il suo passato che questi ci è parso non meritevole del premio. E' con il suo futuro dopo le parole di oggi che ha fugato ogni dubbio.

D.Piselli 

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A volte ritornano 12/10/2009
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Cari lettori del blog, sono lieto di comunicarvi che finalmente Serrature tornerà ad aggiornarsi dopo un salto temporale di due settimane che si è consumato velocemente tra cambi di lineup ed inconvenienti tecnici. Ci sono alcune novità per cui prima di passare ai nuovi articoli, lasciate che ve le illustri brevemente. Serrature, da oggi (ma già di fatto negli ultimi giorni di Novembre), è adesso gestito in via definitiva da una sola persona, ovvero il sottoscritto Dario Piselli; l'altro fondatore, Ivan Bececco, ha scelto di non proseguire la sua collaborazione con il blog; lo ringrazio pertanto per il lavoro che abbiamo svolto insieme nel primo mese di vita della piattaforma di informazione sulla quale (spero) vi siate confrontati, in maniera più o meno occasionale.
L'altra comunicazione è strettamente legata alla prima, e consiste nel fatto che, essendo divenuto un blog personale, Serrature potrà essere soggetto a vuoti di spazi nell'una o nell'altra rubrica di riferimento, vuoti dei quali mi scuso, eventualmente, in anticipo. Per lo stesso motivo, se qualcuno dei lettori sarà interessato a collaborare con il Dizionario Avanzato della Disinformazione, sia in maniera saltuaria che permanente, potrà inviarmi la richiesta tramite il form che troverà alla sezione Contatti, alla quale risponderò il prima possibile. Potrete parimenti sottopormi direttamente articoli che avrete scritto, dei quali curerò volentieri la pubblicazione.
Scusandomi ancora per il distacco che ci ha separati negli ultimi giorni, vi ringrazio dell'attenzione e vi ricordo che Serrature è di nuovo pronto a soddisfare le vostre esigenze di informazione. Buona lettura!

Dario Piselli
Serrature

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